Dieci anni senza Fabrizio De André (e la musica sta andando a pezzi)

Dieci anni senza Fabrizio De André (e la musica sta andando a pezzi)



Felicemente sommersi dal ricordo di De André, nel decimo anniversario della sua scomparsa che ricorre domenica 11 gennaio, scopriamo che è uno dei pochi, Fabrizio, che l’Italia senza memoria non abbia dimenticato. La tv generalista, così ritrosa sempre quando si tratta di affrontare la musica d’autore, si è in qualche modo buttata sul decennale con alcuni dei suoi campioni più attenti e sensibili: Giovanni Minoli con «La storia siamo noi» su Raidue e ora, domenica, ci sarà una ulteriore celebrazione di Fabio Fazio con uno speciale di «Che tempo che fa» alle 21 su Raitre: «Vorrei che questa serata fosse un flusso di musica, interrotto da alcuni momenti in cui si parlerà di Fabrizio con persone davvero titolate a farlo, partendo da sua moglie Dori Ghezzi», ha spiegato lui che è di questi tempi l’unico a riuscire a portare musicisti di razza in tv, visto che sa dare loro lo spazio e l’attenzione che altrove vengono negati con uno sbadiglio.

E mentre Dori Ghezzi sgobba fra una telecamera e l’altra, fra un microfono e una mostra, a portare a galla il suo amore e a rinnovare il suo dolore, mentre il figlio Cristiano rumorosamente tace, viene in mente che a Fabrizio piacerebbe pochissimo questo mondo che in dieci anni è così tanto cambiato da non riuscire più a cogliere il respiro dell’arte nella musica popolare. La musica popolare è stata venduta alle dinamiche dell’imitazione e del riciclo, destinata a modalità che regalano assonanze di deja vu, basate sull’indagine di gradimento nel mondo dei consumatori. Prodotti seriali vagano sul web, e nessuno è più capace a raccontare come lui faceva la storia altra degli uomini, delle loro sofferenze, delle diversità. In questo senso Fabrizio De André (e con lui alcuni autori di razza viventi ma in difficoltà oggi, rispetto alla logica del consumo di massa) continua anche ora che da dieci anni non c’è più, a riempire un vuoto che si farà sempre più grande.

Forse è proprio nell’inconsapevole coscienza di questo vuoto che l’anniversario di De André si è riempito al di là di ogni logica contemporanea. E’ un’autentica esplosione di celebrazioni non si sa quanto meditate, anarchicamente lievitate, dischi e libri e mostre, che fanno pure sperare a chi ha lavorato con lui di poter ritornare nel cono di luce tristemente abbassato. Il logico e l’illogico convivono con disinvoltura, gomito a gomito: un po’ l’opposto di quanto accade per Lucio Battisti, il cui ricordo viene perennemente ostacolato dalla vedova per ragioni che restano misteriose.

Ovvio che Genova dedicasse una mostra al suo figlio illustre, in corso a Palazzo Ducale, sviluppata in un percorso tematico e cronologico, con gli argomenti della sua poetica e le scenografie originali delle sue tournées. Ci si sono messi, con il ricordo, molti Comuni: dalla musicale Perugia dove in questi giorni nell’aria echeggiano le sue canzoni, fino a Torino dove al Circolo dei Lettori domenica alle 18 ci sarà una serata fra musica e poesia. Ricorda Milano, ricorda Palermo con una serata al Metropolitan, ricorda Treviso con una mostra, e a Roma il vignettista di «Liberazione» Mauro Biani ha preparato un’altra mostra di tavole a colori ispirate ai temi di De André: un Miché impiccato al CPT, una Bocca di Rosa che precede la processione, alla Galleria Colonna. La prima webtv italiana ad alta definizione, Macy.it, diretta dall’onnipresente Massimo Cotto, avrà anche lei la sua brava commemorazione, con l’affannata Dori, Di Cioccio, Max Manfredi e Bubola.

Purtroppo, celebrare Fabrizio serve anche a lavarsi la coscienza. Vediamo il caso delle radio: il mezzo che più avrebbe potuto contribuire a mantenere viva la sensibilità musicale e a coltivare il gusto popolare, sempre più sprofonda sotto le logiche del motivetto accattivante e del ritornello chewing-gum, e da anni ignora i nomi di qualità con le scuse più bieche. Però ora mille testate stanno in fila orgogliose a proclamare il loro affetto per quest’artista del quale forse – se vivesse – non trasmetterebbero nuovi pezzi se non assai eccezionalmente. E suona assai curiosa (e poco da De André) l’iniziativa dei locali italiani di Malindi e Watamu popolati di connazionali vacanzieri in questo periodo, di trasmettere per un’ora le canzoni del Genovese, all’ora di cena. Precederà, l’esplosione, un silenzio che ricadrà poi sulla nostra memoria più cara e più elegante? (Intanto, raccomandiamo a Dori Ghezzi di riposarsi, dopo: per poter recuperare l’energia necessaria a respingere le richieste di sponsorizzazione della Fondazione De André a festival e festivalini anche già esistenti fra la Penisola e la Sardegna, e chissà quanto degni di potersi fregiare di quel nome).

Dieci anni senza Fabrizio De André (e la musica sta andando a pezzi)ultima modifica: 2009-01-12T09:32:06+01:00da vincentgraffiti
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